domenica 27 novembre 2011

Bonifiche sospette: l'ex Italsider di Bagnoli


Meno 5 giorni. A Bagnoli è scattato il countdown per la Coppa America. Se entro questo lasso di tempo non ci saranno le autorizzazioni necessarie permettere l'insediamento di uomini e mezzi dello staff, Napoli potrebbe non ottenere le tanto agognate tappe delle regate di vela, programmate per il prossimo aprile 2012 (salvo un precipitoso spostamento della sede in un'altra area della città) e fortemente volute dal neo sindaco Luigi de Magistris.

Il problema, nemmeno tanto segreto, è l'imminente chiusura delle indagini della Procura di Napoli sulle bonifiche effettuate nell'area dell'ex Italsider che potrebbe portare al sequestro dei terreni, mettendo a repentaglio lo svolgimento dell'America's Cup. Da tempo, infatti, i pm partenopei lavorano ad un fascicolo sulle modalità di bonifica portate avanti da una serie di ditte che hanno ricevuto l'appalto dalla Bagnolifutura, la controllata pubblica le cui azioni sono ripartite tra Comune, Provincia e Regione. Già diverse inchieste giornalistiche e le analisi del prof. Benedetto De Vivo, perito della Procura, hanno dimostrato l'elevata concentrazione di sostanze inquinanti nei terreni sottoposti ad opere di bonifica, nonché i contaminanti rilasciati in mare a causa della colmata mai rimossa, che tuttora rende non balneabili le acque occidentali della città.

Ma è da alcune settimane che circolano indiscrezioni sull'inchiesta, per il momento limitatesi a pochi trafiletti sui giornali locali. In quest'Italia assuefatta a scandali e tangenti, esse non susciteranno scalpore e nessuna o poche conseguenze tra il potere politico. Indiscrezioni, comunque, da accogliere col beneficio del dubbio perché prive di riscontro processuale.

Tammaro Diana è un imprenditore vicino al clan dei casalesi, attualmente collaboratore di giustizia. Le sue dichiarazioni portano al sequestro un mese fa di un terreno vicino Villa Literno, in provincia di Caserta, adibito negli anni passati a discarica abusiva. Rivela Diana dinanzi ai magistrati: “negli anni 2007-2008, all’interno di quest’area, entrando a destra, nella zona ancora non edificata, sono state sotterrate diverse tipologie di rifiuti, tra cui amianto tritato e polverizzato, provenienti dalla demolizione dell’ex Italsider di Bagnoli. I trasporti furono effettuati e curati dalla ditta di Salvatore Liccardi e dalla ditta Eusa facente capo allo stesso Salvatore Liccardi, cugino del boss Roberto Perrone di Quarto (Na) affiliato al clan di Giuseppe Polverino

La EuSa Edilizia Srl ottenne l'appalto per la bonifica della spiaggia antistante l'Arenile di Bagnoli proprio nel periodo in cui, secondo Diana, sarebbero avvenuti i traffici illeciti di amianto (nell'Italsider insisteva una delle principali fabbriche di Eternit). Le carte continuano così: “Il collaboratore dichiarava di aver appreso dello sversamento dei rifiuti al polo nautico direttamente da Salvatore Liccardi che, in più occasioni, aveva visto lo sversamento dei rifiuti tossici e di aver chiesto spiegazioni al Liccardi che, confermando la pericolosità dei rifiuti, gli rappresentava che lui era formalmente “a posto con la documentazione” e che bisognava fare presto a coprire il tutto, raccomandando la massima riservatezza altrimenti avrebbero rischiato di “finire tutti in carcere”....”.

Bagnoli, per chi non lo sapesse, rientra nei SIN, cioè nella lista dei Siti d'Interesse Nazionale. Qualsiasi opera effettuata nell'area necessita del placet del Ministero dell'Ambiente, che si occupa anche di versare i finanziamenti per i lavori. Se l'inchiesta verterà effettivamente su questo fronte e se verranno confermate queste dichiarazioni, ci si dovrà seriamente chiedere quali saranno le conseguenze, che in altri Paesi avrebbe fatto cadere molte teste, dai vertici governativi a quelli locali, soltanto per la loro circolazione tra l'opinione pubblica, senza passare per la conferma dei tribunali, tenendo conto che nell'area si sta per organizzare uno degli eventi sportivi più seguiti al mondo. Al momento, queste dichiarazioni hanno ottenuto appena qualche ritaglio di giornale...

E il destino della America's Cup? Come si dice a Napoli, è bene pensare prima alla salute (quella dei cittadini, in questo caso). E dunque devono essere fatte delle vere bonifiche; soltanto in un secondo momento si potranno organizzare gli eventi. 

mercoledì 23 novembre 2011

Chiaiano, la vera eredità del governo Berlusconi


Quasi tre anni di esercizio ed oltre 700 mila tonnellate di rifiuti stoccate in una cava dove intorno insiste un abitato di 200 mila persone: questo il bilancio di quasi tre anni di sversamenti nella cava di Chiaiano, quartiere facente parte dell'ottava municipalità di Napoli e a ridosso delle cittadine di Marano e Mugnano. Berlusconi puntò su questa "discarica modello" per risolvere l'emergenza rifiuti e costruirsi il consenso iniziale che contraddistinse il suo governo subito dopo le elezioni del 2008. A poche settimane dalla sua chiusura, è ora di fare un bilancio di quella che è diventata l'ennesima pesante eredità per Napoli e il suo territorio.
L'annuncio arriva a pomeriggio inoltrato, una settimana fa: la discarica di Chiaiano chiuderà definitivamente i battenti il 31 dicembre di quest'anno. I comitati della zona, presenti in massa sotto la sede dell'Amministrazione provinciale di Napoli, hanno festeggiato la tanto attesa notizia arrivata dopo tre anni di massicci sversamenti.
Bisognerà cominciare già da subito alla futura bonifica. Berlusconi, nel 2008, parlò di “prati e boschi” sopra le montagne di spazzatura. Al momento, tuttavia, non esiste alcun progetto di bonifica della cava di Chiaiano e molti sono certi che tutto verrà lasciato nelle attuali condizioni. E proprio Chiaiano è ilsimbolo dell'ex governo Berlusconi. Questo perché sulla discarica napoletana l'ex premier puntò molto, facendone diventare il luogo chiave su cui giocarsi la risoluzione dell'emergenza rifiuti in Campania. Grazie a Chiaiano e alle altre discariche aperte “manu militari”, la città di Napoli ritornò temporaneamente pulita e permise al Pdl di conquistare consensi e di piazzare in Provincia e in Regione, rispettivamente nel 2009 e nel 2010, i deputati Luigi Cesaro e Stefano Caldoro, dopo svariati anni di amministrazione del centrosinistra. Poi le discariche si sono di nuovo esaurite (a velocità sospette) ed ora ci ritroviamo a cercare ancora nuove cave dove depositare i rifiuti per i prossimi anni, prima dell'ennesima crisi.
Ma come fu scelta la cava di Chiaiano, da molti dichiarata non idonea a causa della sua posizione troppo ravvicinata alle abitazioni e della sua struttura tufacea? Il primo a proporre Chiaiano come luogo per costruire una nuova discarica fu l'ex commissario ai rifiuti Gianni De Gennaro, nell'aprile 2008. Chiaiano, ex casale agricolo alle porte di Napoli ed ora quartiere di periferia, venne indicata dal nuovo governo come uno dei siti scelti per sversare. Per far valere le ragioni del governo centrale a maggio del 2008 si presentò uno schieramento di forze dell'ordine mai visto nemmeno nelle più agguerrite retate anticamorra. Oltre mille tra poliziotti, carabinieri e guardia di finanza vennero inviati per sedare le rimostranze della popolazione, contraria all'apertura del nuovo invaso; altre 150 unità dell'esercito furono mandati a presidiare una cava di tufo trasformata per legge in area “d'interesse strategico nazionale”. L'anticamera di ciò che poi si sarebbe verificato con la Tav in Val di Susa.
Le televisioni e i giornali mostrarono all'Italia gli scontri e le barricate innalzate dagli abitanti, dando immediatamente per scontata la presenza della camorra dietro le proteste. L'house organ di Berlusconi, il Giornaleriportò un fantomatico “tariffario” con cui i clan avrebbero pagato i manifestanti in base alle violenze commesse; laRepubblica scriveva di “professionisti”, “braccio armato della rivolta”, “prezzolati dei clan” con un tono da racconto di guerra; Cronache di Napoli parlò addirittura di “sparatorie” contro la polizia; il Mattino, infine, pubblicò uno studio commissionato dalla Protezione Civile guidata dall'allora capo Bertolaso sugli effetti benefici che l'apertura della discarica avrebbe comportato per la stabilizzazione del suolo e delle acque. Chiaiano venne definito “esempio nazionale di come gestire una discarica” da molti rappresentanti istituzionali. Poi, il 5 maggio scorso, la Procura sequestra la discarica e indaga 10 persone (tra cuiVitale Diener, direttore tecnico della Ibi e dipendente della Regione). Motivo: infiltrazioni della camorra. Le ditte che ci hanno lavorato sarebbero collegate ai clan Mallardo e Zagaria e avrebbero utilizzato argilla non idonea per impermeabilizzare il suolo. Ad accusare i titolari delle società è il pentito Gaetano Vassallo, una delle figure chiave della gestione criminale dei rifiuti in Campania. Alla faccia dell'esempio nazionale.
La Ibi Idroimpianti ottenne nel 2008 l'appalto della Protezione Civile (sebbene si fosse classificata solo terza nella classifica delle offerte pervenute) e subappaltò parte dei lavori alla ditta Edilcar di Giugliano. Entrambe le società erano già note ai carabinieri del Noe per aver gestito insieme la discarica di Masseria degli Schiavipoi sequestrata perché controllata dai casalesi. Il particolare inquietante (ma nemmeno tanto, in verità) è che in base alle intercettazioni, i dirigenti delle società sapevano già da tempo, ben prima dell'ufficialità, quale sarebbe stato il luogo della nuova discarica. Questo perché alcuni terreni adiacenti alla cava che sarebbe poi stata scelta appartenevano proprio alla famiglia Carandente, titolari della Edilcar. Terreni su cui, successivamente, sarebbero stati collocati gli uffici della società per gestire da vicino i lavori. La Edilcar, poi, avrebbe gestito la discarica mescolando terreni contaminati e argilla fuorilegge prelevata da alcune discariche abusive e utilizzata per la impermeabilizzazione. Il rischio, elevato, è l'infiltrazione del percolato laddove è collocata il principale luogo di accumulo della falda acquifera di Napoli. Saranno i carotaggi disposti dai magistrati a verificarne le condizioni.
Questa inchiesta è stata un fulmine a ciel sereno? Mica tanto. Dinanzi alla commissione ecomafie, il comandante del Noe per il Sud, Giovanni Caturano, il 15 maggio affermò: Ho detto in premessa che quella di Chiaiano è stata una delle poche indagini condotte in tempo reale: seguivamo Chiaiano dai tempi in cui era stato individuato un primo sito in provincia di Benevento la cui proprietà era di un soggetto vicino al clan Pagnozzi, camorrista della Valle Caudina, tra Avellino e Benevento, e abbiamo subito verificato. Da lì si è arrivati a Chiaiano, su cui inizialmente facemmo monitoraggio. Innanzitutto facemmo una verifica delle particelle catastali per capire di chi fosse la proprietà e ci saltò all'occhio Carandente prima ancora che partisse l'appalto. Era un soggetto a noi noto per altre attività illecite in materia di traffico di rifiuti, per cui partì un'informativa”. La magistratura, secondo Caturano, venne informata mesi prima dell'apertura della discarica (avvenuta a inizi del 2009), ma l'inchiesta è partita soltanto quando ormai la cava era quasi satura. Che siano stati motivi di natura burocratica o altro, i magistrati sono arrivati tardi. Se c'è stato un crimine, è stato già consumato.
Ci sono molti lati oscuri su questa vicenda. In primis, la legge 123 del 2008 che autorizzava lo smaltimento di rifiuti industriali pericolosi nelle nuove discariche. Quanto di questo materiale è stato effettivamente dirottato nella cava? La scelta di affidare la sorveglianza della cava all'esercito è funzionale a questo tipo di traffici?
Se gli indagati sapevano già da diversi mesi della loro sicura vittoria nella gara d'appalto, in che modo essa si è svolta? Proseguendo nella sua audizione, Caturano dichiara: “Sull'operato della Protezione civile non posso interloquire perché materialmente non avevo «attività tecniche» sulla Protezione civile, solo le imprese sono state di nostra competenza. Non ho potuto documentare alla magistratura quello che accadeva all'interno della Protezione civile nell'aggiudicazione delle gare. Me ne duole perché, ribadisco, ci sono state delle anomalie che non abbiamo potuto riscontrare, ma c'erano in quanto effettivamente gli imprenditori già sapevano delle particelle, che alcune di quelle particelle non sarebbero state utilizzate come discarica. Loro hanno fatto un sopralluogo a Chiaiano, nella parte iniziale ci sono gli uffici, particelle della famiglia Carandente Tartaglia, che effettua i lavori di movimento terra all'interno della discarica, la quale famiglia sapeva che quelle particelle non sarebbero state toccate. Restano, dunque, anomalie cui non abbiamo dato risposta, purtroppo.” Se gli imprenditori già sapevano, necessariamente qualcuno delle istituzioni li avrà informati. Chi?
La cava, inoltre, era di proprietà dell'Arciconfraternita dei Pellegrini, un ordine monastico legato alla Curia napoletana. E anche il cardinale Sepe non si oppose al diktat del Governo. Così come il procuratore Giandomenico Leporeaccusato da alcuni magistrati di non aver voluto inquisire Guido Bertolaso per timore di gravi ritorsioni politiche (circostanza però smentita dallo stesso Lepore). E poi le rivelazioni di Rosaria Capacchione sul Mattino.
Un labirinto in cui è difficile muoversi. Tuttavia fa specie pensare che possano esistere tanti misteri intorno ad una discarica e in un territorio che, fino a prova contraria, è sottoposto alle regole della democrazia.

domenica 11 settembre 2011

Navi dei veleni: continua il silenzio


Dal ritrovamento ufficiale del piroscafo Catania nella acque di Cetraro (Cs) due anni fa è calato di nuovo il silenzio. Trent'anni di scarichi di sostanze nocive e forse radioattive nei mari italiani non possono passare così, come se nulla fosse mai successo.

venerdì 15 luglio 2011

Gli affari della famiglia Cesaro

Sebbene le sue interviste e il suo modo di porsi al pubblico, impacciato e sgrammaticato, abbiano suscitato amara ilarità, Luigi Cesaro fa parte di una delle famiglie imprenditoriali più potenti della Campania. Il Gruppo Cesaro è impegnato in molteplici attività, specie nel settore dell'edilizia e dello sport, e produce fatturati milionari.
Luigi Cesaro, secondo alcune fonti giornalistiche, sarebbe sotto indagine della magistratura. Agli atti ci sarebbero le accuse di alcuni pentiti, in particolare Gaetano Vassallo e Luigi Guida, che lo vedrebbero contiguo al cartello camorristico dei Casalesi, addirittura come referente politico della fazione dei Bidognetti. Accuse gravi che, in verità, già circolavano da qualche tempo come aveva riportato tre anni fa il settimanale L'espresso.
Cesaro non è nuovo a questo tipo di inchieste: già nel 1984 ebbe occasione di conoscere le patrie galere quando venne arrestato per collusioni con la NCO di Raffaele Cutolo: dapprima fu condannato in Tribunale a 5 anni di reclusione, in seguito venne assolto sia in Appello che in Cassazione, nella cui relazione finale tuttavia i magistrati stigmatizzavano la contiguità dei rapporti tra Cesaro e gli esponenti della Nuova Camorra Organizzata (ammessi dallo stesso durante il processo a suo carico). Si rese latitante nel 1988 quando, da assessore al bilancio di Sant'Antimo, venne coinvolto in una nuova inchiesta su un giro di truffe effettuato da alcuni amministratori locali in accordo coi clan; nel 1991 il Comune venne sciolto perinfiltrazione camorristica quando ne era lui stesso consigliere insieme ai fratelli Aniello e Raffaele. Gli stessi carabinieri, nello stesso anno, constateranno le sue pericolose frequentazioni con “pregiudicati di spicco della malavita organizzata operante a Sant'Antimo e dintorni”.
Insomma Cesaro si presentò alle elezioni provinciali del 2009 con un curriculum di tutto rispetto. Il passato non è mai stato un problema per la sua carriera politica: per ben due volte è riuscito a farsi eleggereconsigliere provinciale, per tre volte deputato (compresa la Legislatura attuale) e perfinoeuroparlamentare, per poi approdare, come già detto, allo scranno di presidente della giunta provinciale. Da cosa deriva tutto questo successo politico?
Come già avevo raccontato in alcuni articoli precedenti, in Campania esistono poche grandi famiglie imprenditoriali in grado di imporre la propria volontà al territorio, sfruttando la pochezza della sua classe dirigente e il perenne stato di bisogno in cui la popolazione è ridotta. Grazie a questi elementi è possibile monopolizzare ampie forme di economia e controllare il tessuto sociale.
Aniello CesaroPartiamo da un luogo simbolo del potere della famiglia Cesaro in Campania, e di cui si è molto discusso in questi giorni in merito alle indagini che coinvolgono l'onorevole Gigino. L'area Texas di Aversa era una delle poche aree industriali del Sud Italia: finanziata in gran parte con i soldi della Cassa del Mezzogiorno, chiuse i battenti nel 1999. Al fine di evitare il licenziamento coatto dei370 lavoratori, si predispose un piano per la riconversione produttiva dell'area e lo stabilimento venne ceduto alla bolognese Yorik srl, di proprietà dell'ex deputato forzista Ilario Floresta,che avrebbe dovuto effettuarla. Ma la Yorik venne rilevata da Aniello Cesaro, fratello di Luigi, e la destinazione d'uso dell'area cambiò radicalmente. I 370 lavoratori, così, persero il lavoro.
Si susseguirono diversi progetti per la costruzione di parcheggi e case da parte dei Cesaro, contestati dalle associazioni cittadine che invece volevano la riqualificazione promessa fin dal 1999. I progetti subirono vari blocchi e non se ne fece più niente. Ad oggi, però, sembra che il destino dell'area sia legato all'ennesimo disegno imprenditoriale di natura speculativa. La vicenda è questa: la Regione Campania, nel 2010, approvò il progetto presentato dalla Nuova Immobiliare Srl, società proprietaria dei terreni dell'area Texas e facente capo ai fratelli Cesaro. All'interno del piano era prevista la costruzione di ben 140 unità immobiliari su un'area di 60mila mq, collegata alla vicina stazione centrale ferroviaria. Il sindacoDomenico Ciaramella, in quota Pdl, respinse il piano riconfermando il suo “no” ad ogni forma di speculazione edilizia. Il Consiglio comunale di Aversa emise così due delibere (l'ultima qualche mese fa) che impedivano la costruzione delle case, ribadendo la destinazione dell'area al verde pubblico e a progetti di riqualificazione. Ma la pressione della Regione Campania, esercitata per mezzo di unaConferenza dei Servizi istituita due mesi fa con l'obiettivo di far passare il piano immobiliare dei Cesaro, sembrò essersi imposta sulle decisioni del Consiglio: l'assessore all'urbanistica Mattiello infatti firmò la relazione prodotta dalla Conferenza, dando in pratica via libera al progetto sebbene lo stesso avesse negato categoricamente, fino a pochi giorni prima, che sarebbe stato costruito alcunché nella ex area industriale Texas. Il sindaco Ciaramella indisse una riunione con tutte le forze politiche per discutere del piano immobiliare presentato dai Cesaro quando, con le precedenti delibere del Consiglio, si era invece chiuso il capitolo dell'annosa vicenda (gli amministratori sostengono che la Regione abbia avviato un iter procedurale, su richiesta dei Cesaro, a cui non è stato possibile sottrarsi nonostante il parere negativo del Consiglio). Sembra così che i Cesaro l'abbiano spuntata e quell'area, a discapito delle promesse decennali di riqualificazione urbana, probabilmente sarà interessata dall'edilizia residenziale e commerciale (salvo colpi di scena). E proprio su quest'area Texas si concentrano alcune dichiarazioni dei pentiti, in particolar modo dell'imprenditore dei rifiuti Gaetano Vassallo che nel 2008, quando pendeva un'analoga possibilità di speculazione edilizia sull'area, dichiarò:
Mi spiegarono che Luigi Cesaro doveva iniziare i lavori presso la Texas di Aversa e che in quell'occasione si era quantificata la mazzetta che il Cesaro doveva pagare al clan.[...] “
Da sempre nel ramo dell'edilizia, gli affari della famiglia Cesaro si concentrano nel “Gruppo Cesaro”, la holding di famiglia presieduta dall'architetto Aniello Cesaro con un passato da consigliere comunale di Sant'Antimo all'epoca del suo scioglimento per infiltrazione camorristica nel 1991, in cui fu coinvolto in prima persona insieme ai fratelli.
Cesaro Resort







Il gruppo è impegnato, oltre al settore edilizio, anche a quello della sanità e dello sport, e i suoi investimenti superano i confini campani e raggiungono il Nord Italia. E' tuttavia qui in Campania che sono concentrati gli affari più redditizi. Il gruppo gestisce una serie di centri sportivi, due ristoranti, un hotel a cinque stelle e uno dei pochi centri Igea dell'hinterland partenopeo, oltre alle diverse commesse ottenute in giro per le province di Napoli e Caserta e a consolidati rapporti commerciali con altri gruppi imprenditoriali, in primisCosta Crociere.
Gli impianti sportivi hanno spesso ospitato il ritiro di varie formazioni calcistiche di serie A, come il Parma e il Milan.
Insomma, ottimi affari.
Un potere, dunque, saldamente legato all'economia e alla politica, che ovviamente permette di poter esercitare più facilmente pressioni laddove ci siano interessi contrastanti con le reali esigenze della popolazione. Il binomio economia-politica si ripropone per l'ennesima volta... a qualcuno viene in mente quella cosa strana e lontana nel tempo, denominata conflitto d'interessi? Gli affari dei fratelli Cesaro, con tutte le loro ombre, strettamente connessi alla politica, possono rientrare in questa accezione?

venerdì 8 luglio 2011

L'anello mancante in mezzo ai rifiuti

Non si può prescindere dal presente senza collegare le vicende passate entro un filo logico. Perché comprendendo il passato è possibile farsi un'idea del presente e forse capirne i meccanismi, specie quando si parla di potere. 

Era novembre 2010: un impacciato Luigi Cesaro, deputato Pdl e presidente della giunta provinciale di Napoli, veniva ascoltato dalla commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dal suo discorso tuttavia la commissione non cavava un ragno dal buco: al di là delle visibili carenze lessicali, il colloquio appariva più uno scialbo tentativo di discolpa da parte di Cesaro che non piuttosto una relazione sullo stato delle cose. Scaricabarile a iosa, approssimazioni a palate, omissioni a go go, ignoranza palese su diverse punti dell'argomento. Insomma, la commissione decideva di udirlo soltanto per un quarto d'ora e poi lasciarlo andare.
Eppure nel 2009 fu prodigo di promesse. Il Pdl, per festeggiare la sua vittoria alle elezioni provinciali, organizzò una festa pacchiana all'Arenile di Bagnoli; le televisioni lo intervistarono per chiedergli della sua prossima agenda politica. Subito dichiarò di voler formare una “squadra da mettere in campo” per risolvere i "problemi" e questa squadra doveva essere composta soprattutto di “giovani”. Sono passati due anni e la commissione, tornata in questi giorni sul luogo del delitto, ha trovato praticamente immutata la situazione. Di "squadre messe in campo" e di "giovani", ovviamente, nemmeno un rantolo lontano. In compenso, però, di "cose messe in campo" ce n'è in gran quantità tra rifiuti sparsi nelle strade e i soldi pubblici drenati nelle casse della società provinciale Sapna. Tramite questa ditta la Provincia esercita la sua competenza legislativa sullo smaltimento dei rifiuti, controllando gli impianti e i siti di stoccaggio sul territorio. In altri termini è l'ente a cui è demandata la responsabilità di gestire la filiera dei rifiuti.
La Sapna dunque è la società provinciale in cui si accentra il vero potere gestionale. Comuni e Regione, in realtà, hanno competenze abbastanza limitate rispetto al potere giuridico di quest'ente pubblico, che al momento è costato ai contribuenti 2 milioni e 400mila euro in un anno di perfetta inattività. Questa società è figlia della legge 123 del 2008 voluta da Berlusconi, la legge che impose l'apertura di dieci discariche militarizzate tra cuiChiaiano, oggetto di aspra battaglia tra la comunità locale e il Governo e oggi posta sotto sequestro dalla magistratura per sospette infiltrazioni del clan dei Casalesi nella gestione. 
I vecchi consorzi di rifiuti, quelli basati sulla formula mista pubblico-privato dove entravano in commistione clientelare interessi politici, imprenditoriali e camorristici (e in cui venne indagato Nicola Cosentinoriguardo alla società Eco4, su cui pende tuttora un mandato di arresto bloccato dal Parlamento) vennero sciolti e riuniti nel Consorzio Unico di Bacino Napoli e Caserta, l'ultimo carrozzone clientelare prima della costituzione delle attuali società provinciali Sapna (Napoli) e Gisec (Caserta). Il Consorzio in via di liquidazione, che vanta crediti per svariate decine di milioni di euro verso i Comuni, gestisce oltre 2000 lavoratori in esubero tuttora "parcheggiati" nei capannoni a non fare nulla. Il lavoro che dovrebbero svolgere, come dimostrò la trasmissione Presa Diretta, viene affidato dalle società provinciali a ditte private molto probabilmente legate alla camorra.
L'anello mancante di Gomorra è sempre stato il quadro dettagliato dei rapporti tra politica, affaristi d'alto rango, massoneria e servizi segreti. Come nei molteplici capitoli oscuri di storia italiana, anche la vicenda dei rifiuti in Campania ha tutti i requisiti per entrare a farne parte, alla pari delle stragi terroristiche e mafiose degli anni passati e dei patti tra Stato e Cosa Nostra. Qualcuno in alto dovrà rispondere dei continui aumenti di morti per tumore dovuti a queste pratiche criminali. Per farlo occorre però raccontare.
L'inchiesta Eco4 sull'omonima ditta di smaltimento in capo ai fratelli Orsi stava cominciando a dipanare le ombre sul potere che aveva ridotto la Campania in un cumulo di rifiuti, tanto che gli inquirenti stavano cominciando a individuare i mandanti politici dei traffici di rifiuti illeciti. Tuttavia Michele Orsi, perno dell'inchiesta, venne ucciso a Casal di Principe il 2 giugno 2008 dal gruppo di fuoco capitanato da Giuseppe Setola, responsabile di lì a qualche mese della cosiddetta “Strage di Castelvolturno” in cui morirono sei africani e un italiano. Il giorno dopo Michele Orsi avrebbe dovuto essere ascoltato dagli inquirenti sui legami politica-camorra.
Un omicidio preciso e puntuale. Setola e i suoi uomini obbedivano agli ordini provenienti dall'alto e approfittavano del tempo messogli a disposizione per mietere vittime in tutto il casertano, ammazzando perlopiù estorsori infedeli e imprenditori la cui unica colpa era stata quella di denunciare. In poche settimane uccisero a colpi di kalashnikov decine di persone, nel silenzio totale delle istituzioni locali e nazionali e degli organi d'informazione. Fu soltanto con la strage degli africani e della successiva rivolta della comunità "nera" di Castelvolturno che concentrò l'attenzione dei mass media sul commando casalese, e obbligò di conseguenza il Governo ad azionare gli apparati repressivi. Ovvero lo Stato intervenne quando le azioni del commando divennero un mero problema di ordine pubblico, mentre non lo erano state affatto per la tutela della vita delle persone.
Fino alla strage, Setola e il suo gruppo di fuoco avevano fatto il bello e il cattivo tempo, coperti da una rete di fiancheggiatori, sgusciando tra covi e cunicoli e potendo usufruire di ampie risorse economiche e militari messe a disposizione dal clan (denaro e armi vennero sequestrati in gran quantità il giorno del suo arresto).
Setola godeva del lasciapassare di Antonio Iovine e Michele Zagaria, i boss dei Casalesi, i quali con tutta probabilità gli avevano offerto le giuste coperture e i mezzi necessari per commettere gli omicidi. Michele Orsi era senza dubbio l'obiettivo più importante. Dalle dichiarazioni rilasciate prima del suo assassinio, incrociate con quelle di altri pentiti, fu possibile ricostruire la piramide del sistema camorristico di smaltimento dei rifiuti fino ai livelli della politica nazionale. Il dominus politico fu identificato in Cosentino, ma furono lambiti anche i nomi di Bocchino, Coronella e Landolfi, non indagati.
Controllare l'Eco4 voleva dire controllare, direttamente o meno, tutte le fasi dello smaltimento dei rifiuti nel casertano: il servizio presso i Comuni, la raccolta differenziata, i trasporti, i siti di smaltimento e i futuri impianti di incenerimento. L'ambizione dei fratelli Orsi era quella di creare un sistema economico alternativo nel settore dei rifiuti urbani al monopolio di Impregilo. Volevano riunire i consorzi casertani e napoletani per formare un unico superconsorzio, ma il sogno rimase tale. Arrivarono le inchieste, gli arresti, i sequestri, poi le intimidazioni e gli agguati e il sistema dovette mutare nuovamente forma, trasformandosi in nuove società, nuovi capitali e forse nuovi uomini, senza mai scomparire.
Questo sistema oggi è dominato dalla figura delle società provinciali, il cui destino è forse legato a nuove indagini giudiziarie. La Procura di Napoli sta infatti lavorando su due ipotesi di reato in relazione ai trasporti fuori regione avvenuti prima dell'approvazione governativa del decreto legge di alcuni giorni fa, ovvero traffico illecito di rifiuti e truffa ai danni dello Stato. Secondo i sospetti di magistrati e carabinieri i traffici di rifiuti provenienti dalla Campania e diretti nelle cave di Taranto e di Messina sarebbero avvenuti in assenza di intese istituzionali, basati semplicemente su una serie di contratti privati stipulati tra alcune ditte, tra cui appunto la Sapna di Napoli e l'"Ecoambiente" di Salerno, l'”Italcave” pugliese e le siciliane “Profineco” e “Vincenzo d'Angelo”. Con questi traffici sarebbero stati stoccati illegalmente rifiuti speciali, in spregio alle normative ambientali e penali.
In conclusione, è chiaro che l'emergenza rifiuti continuerà per Napoli e la Campania fin quando non avverrà un completo ricambio della classe dirigente e terminerà quella sorta di complicità tra Stato e criminalità organizzata. Ma il ricambio dei vertici potrà avvenire soltanto se ci sarà una rivoluzione culturale da parte degli Italiani, a cui seguirà per forza di cose una rivoluzione politica. Se il giornalismo partecipativo, i blog e i siti di informazione libera sono una spia e una spinta verso questa direzione ben venga. E' pur sempre una speranza.